Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 10 dicembre 2017

Maria Verena di Valduga (cap 2)



LA SFIDA
A quel balconcino dove s'era mostrata Maria Verena di Valduga (che i più s'erano ormai convinti che fosse lei, rediviva, la donna misteriosa intravista all'affaccio) ora vi facevano bella mostra un vaso di gerani e uno di basilico, e una gabbietta per uccelli, vuota ma con la porticina spalancata.
Elementi questi sufficienti a convalidare la tesi del ritorno della fuggitiva alla casa paterna.
...che di altro, oramai, non si parlava in paese, se non di questo straordinario evento.
 La domenica s'era poi mostrata alla funzione della messa, con un'entrata scenografica e scioccante: il volto coperto da un velo di pizzo nero, una mano vestita da un guanto, e al guinzaglio un superbo alano bianco.
Alla sua comparsa, una folata gelida, nonostante il sole, aveva percorso l'intera navata, spegnendo le fiammelle delle candele e facendo appassire i gigli ai piedi dei santi.
Nel silenzio più grande aveva percorso il tragitto fino all'altare maggiore, col cane che da lei non si discostava di un passo. Poi s'era sfilata quell'unico guanto e lo aveva gettato, con disprezzo, in faccia al prete.
Senza una parola s'era avviata verso l'uscita, e quando uno dei fedeli s'era interposto a sbarrarle la strada, il ringhio, rauco e profondo, del grosso cane, lo aveva convinto a farsi da parte

sarà un fantasma.
forse lei...ma il cane no di certo. Aveva confermato, con un qualche nervosismo, il coraggioso che aveva tentato di sbarrarle il passo.
allora è davvero tornata!
tornata... e da dove?
dovremmo chiederlo al prete...i preti sanno sempre tutto.
oh si, loro sanno sempre tutto ma raccontano solo quello che gli pare.
e quel guanto in faccia...una sfida o un avvertimento?
un gesto così plateale può essere solo di sfida.
eh già...uno schiaffo pubblico a cui non ha reagito
reagire...reagire...si fa presto a dire, lo ha colto di sorpresa, cosa avrebbe dovuto fare?

Queste ed altre, le congetture che andavano maturando sul sagrato della chiesa, al termine della funzione espletata con una certa fretta, che il prete aveva saltato l'omelia domenicale e congedandosi con evidente premura, ad evitare qualsiasi spiegazione, s'era eclissato da una porta secondaria.


UN RACCONTO DESTINATO ALL'OBLIO
Spiegazioni che neppure gli anziani avrebbero saputo dare, che della sorte di Maria Verena di Valduga sapevano solo ciò che alla famiglia era convenuto dire, senza altri riscontri se non le testimonianze mercenarie dei notabili dell'epoca, tra cui quello stesso prete che aveva passivamente subito l'oltraggio del guanto.
Non c'era poi molto da ricordare se non che la famiglia poco dopo s'era trasferita in un imprecisato nord, e di loro non s'era saputo più nulla.
Una storia senza un vero inizio e una vera fine, e neppure una vera trama, che se la verità ufficiale era quella dell'entrata di Maria Verena in convento, altre verità ufficiose, relegate nell'ambito del sospetto, parevano essere più plausibili di quell'unica conclamata.
...e mentre i Valduga emigravano verso i loro possedimenti al nord, la polizia irrompeva tra le tende degli zingari giostrai, per caricarli su camionette, anche queste dirette a nord, ma verso i campi di concentramento.
Di loro non si seppe più nulla.

Un racconto senza interpreti, né testimonianze, è destinato all'oblio
...e ancora più facilmente se nessuno, per le verifiche postume, si è assunto l'onere degli appunti: nomi, date, orari e luoghi.
Ci sarebbero allora state conferme e non supposizioni, anziché il silenzio dei vuoti di memoria, reali oppure omertosi, che a piacimento si possono gestire in mancanza di riscontri.

venerdì 8 dicembre 2017

Maria Verena di Valduga (cap 1)


IN UN GIORNO MENZIONATO SU NESSUN CALENDARIO

A quel balcone da cui nessuno s'era più affacciato, essendo l'antico palazzo padronale ormai disabitato e mezzo caduto in rovina, era d'improvviso apparsa, in un giorno menzionato su nessun calendario, una donna intenta a spazzolarsi i lunghi capelli spioventi sulle spalle. Capelli neri con una frezza bianca che originava nitida sul lato sinistro della fronte, come la traccia di una cometa in un cielo notturno.
La donna al balcone, l'avevano vista i pescatori al rientro dalla loro battuta di pesca notturna, e quelli che s'apprestavano a quella diurna; i contadini che s'avviavano ad apparecchiare le loro mercanzie per il mercato; il dottore e il prete, che insieme tornavano dopo aver trascorso parte della notte al capezzale di un moribondo.
L'avevano vista, a quell'affaccio che credevano disabitato, spazzolarsi i capelli, che nella luce ancora incerta dell'alba, altri particolari non erano riusciti ad intravedere.
Vestita di scuro, qualcuno asseriva.
Vestita di rosso, qualcun altro ribatteva.
Ma che sommessamente cantava, su questo tutti concordavano. Senza alcun dubbio.
...seppur nessuna voce s'era alzata ad infrangere il silenzio d'intorno.
E che pure tutti si fossero sentiti intimamente penetrare dall'intensità del suo sguardo.
Sensazione, questa, su cui tutti asserivano.
...così, più d'uno s'era fatto il segno della croce, e affrettato il passo.

In quel giorno menzionato su nessun calendario, Maria Verena di Valduga, aveva fatto la sua comparsa (apparizione, qualcuno avrebbe detto), al balconcino dismesso del castelletto in rovina, scatenando da subito la fantasia dormiente degli abitanti, che di novità non ne capitava quasi nessuna in quel borgo profondamente incassato tra le montagne e il mare, difficilmente intercettabile dagli sguardi umani e da quelli divini, da poterlo considerare un piccolo pianeta all'interno di un pianeta più grande.
...eppure quella comparsa inaspettata aveva sortito la capacità di mettere in moto meccanismi caduti in disuso, quali, ad esempio, la memoria, esercizio che i vecchi avevano da lungo tempo dismesso e i giovani assolutamente non conoscevano, essendo abituati da sempre a vivere in quell'immobilità temporale dettata dai ritmi delle stagioni e scandita dalle regole comunitarie.
Nascevano e morivano così come fanno le piante e gli animali, senz'altro scopo che quello di trascorrere in un qualche modo gli anni intermedi tra i due eventi.
...ma questa apparizione rimetteva in moto i gangli della memoria dei più vecchi, con l'esigenza della condivisione, e della verifica, dei ricordi comuni, che seppure non fosse trascorso un tempo indefinibile, pure sembrava lo fosse.

NEI MEANDRI DELLA MEMORIA

Ambiziosa, quanto sfortunata, la famiglia dei Valduga, nobili senza blasone, al quale invano hanno da sempre aspirato, una contea o una baronia, più facili d'acquisire con l'arte dell'ossequio e dell'adulazione, che al principato, invece, solo con un matrimonio si sarebbe potuto accedere.
Mai rassegnati al non aver acquisito nessun titolo, seppure a quello di principe c'erano andati davvero vicino, con la nascita di Maria Verena, promessa sposa, fin dalla culla, a Giovanni Cuza Sigmaringen, (ramo secondario del principato di Valacchia) il cui destino, però, fu quello di non arrivare all'età dell'adolescenza, prematuramente ucciso da una malattia di languore.
Dopo di che nessun'altra richiesta di matrimonio, di così alto lignaggio, era pervenuta ai signori di Valduga, per Maria Verena, che alla soglia dei vent'anni, ancora nubile, vedeva profilarsi l'ombra sinistra del convento, da preferirsi a quella di un matrimonio di basso profilo.
Meglio badessa che zitella.
Questo il sunto di un destino segnato, deciso dalla famiglia, che lei, dopo esser stata quasi principessa, non avrebbe potuto accontentarsi di qualcosa di meno.
Eh si che bella lo era.
Particolare, di certo, con quella ciocca bianca che ancora giovinetta le conferiva una parvenza già adulta, e forse, a vent'anni, già sfiorita.
Era anche per questo, nel suo destino, la sorte del convento.
Così cercavano di convincerla i famigliari, che per vincere il suo disappunto, adducevano ragionamenti assurdi, come quella ciocca bianca, segno di Dio, con cui l'aveva designata sua sposa.
...e la morte prematura del giovane principe Giovanni Cuza Sigmaringen, ne era la conferma.

Fu così che quando in paese arrivarono gli zingari giostrai, lei scappò con uno di loro.
Di lui si conosceva solo il nome, Django, e l'ombra buia nei suoi occhi.
Di lei non si seppe più nulla.
Di lei non si volle sapere più nulla.
Nessuna ricerca venne messa in atto, e per soffocare lo scandalo si accreditò la notizia della sua entrata in convento.

lunedì 4 dicembre 2017

Regina delle nevi


E' dal risveglio che galleggio sospesa in una bolla di sapone: i sensi ottusi e gli occhi che non riescono a mettere a fuoco i contorni delle cose, cosicché appare tutto sfumato come in una foto ingiallita dal tempo.
Ma sono ben consapevole della realtà oggettiva di questo nuovo giorno, e del mio mandato di sopravvivenza a cui non posso sottrarmi, e forse, neppure lo vorrei.
Abnegazione e dovere sono un tutt'uno per quelli come me che sempre troppo poco hanno amato se stessi, e ancora, nonostante le esperienze trascorse, trovano difficile ed estraneo questo esercizio.
Se non ti ami tu per prima neppure gli altri ti ameranno, seppur sono convinta che benissimo potrebbe valere l'inverso, se qualcuno ti ama ti rimane più facile il volerti bene.
Ma in definitiva cosa dovrebbero amare di me gli altri?
Cosa dovrei amare io di me stessa?
Le quattro parole che riesco qui a scrivere per colmare il vuoto dilagante che mi circonda, e che forse per incapacità congenita, invano mi sono spesa a colmare?
Oggi, nel presente, mi riesce difficile anche scrivere, per via del continuo stato di precarietà emotiva con cui ho convissuto lunga parte della mia vita, e che alla fine mi ha consumata.
Scrivo per rassegnazione, per smaltire il carico delle troppe cose che ho dentro e che la scrittura rende più lieve, un sollievo seppur solo momentaneo ma bastante a riprender fiato.
 Eppoi tutto quel freddo interno che mi gela l'anima e i sentimenti, ed enormemente acuisce la mia distanza tra me e il mondo. Distanza che io sono così brava a mascherare che nessuno è mai entrato nel mio deserto di neve, anche perché le poche volte che ho voluto mostrarlo a qualcuno di cui pensavo di potermi fidare, non è mai risultata essere una buona idea, che la reazione scontata è sempre stata quella dell'attribuzione ad una mia eccessiva esagerazione.
Regina delle nevi, cosa ti manca per essere felice?
Hai un lavoro (piccolo piccolo, ma comunque con uno stipendio, che di questi tempi lamentarsene è follia ed egoismo)
Hai una casa.
Hai una famiglia.
Hai un figlio.
Hai un gatto.
...se per questo ho anche un armadio e una dispensa, un certo numero di scarpe e un paio di ombrelli.

E' che la gente è propensa a vedere quello che hai, o quello che mostri di avere, ma è totalmente cieca su quello che realmente ti manca, e così anche quando tu gliene parli, quelli continuano a non vedere, neppure per cattiveria o menefreghismo, ma per difesa personale, per paura di essere fagocitati loro stessi da tutto quel freddo e finire sepolti nel deserto di neve.

Ho un computer, e scrivo.
Potrei mostrare questo, ma non lo mostro.
D'altronde la mia è una produzione letteraria senza capo né coda.
Alla rinfusa.
Caotica, come sono io dentro.
Non ci si capisce gran che, seppure tutto appare ben disposto e in ordine.
Ogni scritto perfettamente incasellato sotto la propria etichetta.
Però se apri quei file ti può piovere addosso di tutto: contraddizioni, nevrosi, paure, e paranoie.
...ma anche tutto, tutto quell'eccesso di amore irrisolto.
Marilena

sabato 2 dicembre 2017

Nei meandri della memoria


"Amanda e Jeremy" un racconto scritto nel 2008, ma di cui non ero mai stata del tutto soddisfatta, e così da sempre l'ho considerato un racconto minore, una prova di scrittura, un confronto tra il mio stile di ieri e quello di oggi, una sorta di cartina di tornasole, destino riservato, soprattutto ai miei primi scritti su questo blog.
...ma a differenza di un paio che sono finiti in bozze, questo l'ho cancellato, e dimenticato perfino di averlo fatto.
Non bisognerebbe cancellare mai nulla, che dagli scampoli degli scritti ripudiati, si può sempre ricavare materiale per altre nuovi, oppure lasciarsi la possibilità di una rielaborazione futura.
Conservo traccia di una precedente esistenza di Amanda e Jeremy, in questo vecchio "Block Notes" del 2008, dove è titolato "Amanda & Jeremy" i due nomi uniti da una & commerciale.
La storia, così come l'avevo confezionata, non mi convinceva, ma la trama, però, quella non l'ho mai dimenticata, come per tanti altri scritti ignominiosamente da me abiurati, e che talvolta mi tornano alla mente facendomi dolere anche un po il cuore.
La trama la ricordavo a grandi linee, ma non il finale (confesso che della maggior parte dei miei racconti non lo ricordo, e non che ne abbia scritti un numero infinito, anzi, la mia è una produzione  davvero scarna, e non riesco a spiegarmi la causa di queste amnesie)  rammentando benissimo, invece, l'incipit, dal quale sono partita per questa nuova stesura cercando, per non snaturarne il senso,  di mantenermi, per quanto possibile, fedele a quegli scarni dettagli che ancora ricordavo, pr confezionarne uno nuovo di zecca, e con un lieto fine: un piccolo regalo per me stessa, sempre in carenza di ottimismo.

In realtà non sono soddisfatta neppure di questa nuova versione, troppo sdolcinata nella seconda parte, ma che pur avevo fretta di riportare alla vita Amanda e Jeremy, dopo che in quel mio vecchio block notes ho ritrovato le loro tracce, quando non esistevano già più nella realtà del mio blog.
...ad ogni modo il lieto fine se lo sono meritato, dopo essere rimasti a vagare, così a lungo incorporei, nei meandri della mia memoria.

venerdì 1 dicembre 2017

Sentinella

Affacciata alla finestra in attesa che faccia giorno, ma fuori è buio e la strada deserta: son da sola a vegliare sui destini del mondo.

(Amaranta - link fb)

mercoledì 29 novembre 2017

Amanda e Jeremy


Amanda e Jeremy s'erano incontrati in una periferia romana dove lui s'era perso e lei gli aveva indicato la strada per tornare indietro, ma lui indietro poi non c'era tornato, preda dell'incantesimo istantaneo di quegli occhi da strega: e d'allora non s'erano più lasciati.
Amanda e Jeremy, così indivisibili che i loro nomi, perfino, venivano pronunciati come fossero uno solo, AmandaeJeremy, senza quel piccolo spazio che ne sanciva una loro seppur simbolica individualità.
Lei minuta, occhi grandi nel piccolo viso triangolare, e atteggiamenti da bad girl, ma solo all'apparenza, che dal suo Jeremy, talvolta, ce le buscava, e senza sconti.
Jeremy, fisico da giocatore di rugby e spettacolari capelli rossi, che in virtù di quel colpo di fulmine aveva ripudiato la sua verde Irlanda a favore di quella periferia romana inglobata nel cemento, laddove Amanda gli aveva rubato il cuore.
Un amore burrascoso, quello loro, ma che nessuno dei due aveva mai messo in discussione, anzi, se qualcuno obiettava dubbi sulla liceità dei comportamenti del suo Jeremy, Amanda scattava su come una serpe, gli occhi furiosi nel piccolo viso triangolare, pronta a difendere il suo uomo, e il suo amore, dai paladini del politically correct, che solo a lei sarebbe aspettato, in ogni caso, il diritto di dolersene.
Ad ogni modo nessuno s'era mai pronunciato, a tal riguardo, con accuse dirette verso Jeremy, che pure piaceva ai condomini, educato, gentile, sempre pronto ad aiutare.
Un gigante buono, tranne quelle volte che, complice un bicchiere di troppo, si lasciava sopraffare da quella sua bieca emotività.
E' che lei mi fa proprio incazzare.
Questa la sua sintetica giustificazione, data senza infingimento, con aria di vera innocenza e con tutti gli accenti sbagliati, che della lingua italiana aveva imparato bene solo le parolacce.
Che Amanda e Jeremy si amassero, però, era fuori discussione, come attestavano, con un sorriso ironico e colmo di sottintesi, i vicini, testimoni delle esplosioni di rabbia quanto di quelle d'amore.
Che quelli si erano proprio fuochi d'artificio, che un po di discrezione non sarebbe guastata,
 almeno nel rispetto per chi quelle cose le ha dimenticate o sta cercando di farlo, e per i bambini, anime senza peccato, che le pareti sono sottili come carta velina, e se si sentono i sospiri figuriamoci gli orgasmi.
Però è bello sapere che qualcuno ancora pratica l'antica arte dell'amore.
Questo aveva detto, con un sorriso birichino, l'inquilina ultra ottantenne del piano di sotto, anche lei testimone indiretta di quelle loro intemperanze amorose.
Di che vi lamentate, bacucchi che non siete altro. Non siete stati giovani anche voi? Memoria corta, a quanto pare. E sono altre le cose di cui lamentarsi, quelle sporche davvero. Lamentatevi di quelle!
E aveva ragione!
Sono altre le cose sporche di cui recriminare, basta affacciarsi alla finestra e respirare lo smog che annerisce perfino i raggi del sole, soffermare lo sguardo sui palazzoni incolori e il paesaggio di cemento che li circonda, o sull'erba del cortile, stentata e gialla, che mai diventerà verde.

Amanda porta in giro il suo pancione da par sua, pantaloni a vita bassa e ombelico in evidenza, la gravidanza le ha arrotondato i contorni del viso e addolcito perfino il suo slang romanesco, ma non ha smesso l'aria da guerriera, quella è nel suo dna, non è un atteggiamento quello, ma è essere lei.
Tra un po nascerà il bambino, e per lui ha già deciso il nome, Patrick, come il nonno di Jeremy e il santo patrono d'Irlanda, dove tra qualche mese si trasferiranno per via della possibilità di un lavoro stabile.
Jeremy, dal giorno che il test della gravidanza è risultato positivo, non ha più toccato un bicchiere di alcunché, e tenuto le mani a posto, d'altro canto Amanda ha imparato a tenere a freno la lingua e paradossalmente a non aver più sempre l'ultima parola le è valso il diritto di replica che saggiamente esercita, senza troppo strafare, che quell'equilibrio conquistato va stabilmente mantenuto e consolidato, soprattutto ora che le loro vite stanno davvero cambiando, con quella nascita e quella partenza.
E' bello vederli insieme, lui così alto che un po deve ingobbirsi per camminare abbracciato a lei, ma è una di quelle cose che più gli piace di loro due, perfino del sesso, non c'è niente di più bello che poter aspirare il profumo dei suoi  capelli e saggiare la fragilità di quel suo corpo minuto che pure è così solido da contenere un bambino, che lui immagina raggomitolato come un gattino all'interno di una cesta.
E questa immagine lo fa sorridere, e allora pure Amanda sorride, senza un vero motivo, per complicità e amore, e gratitudine per tutta quella bellezza che lei non saprebbe raccontare ma che pure sente circondarla, qualcosa nell'aria che colora d'arcobaleno lo squallore di quello spicchio di mondo lasciato, a torto, incolto, una sensazione magnifica, uno stato di grazia: il suo  pezzetto di casa che porterà con sé in Irlanda.

domenica 26 novembre 2017

martedì 21 novembre 2017

Isabel, scrittrice per amore (cap 2)


LUI
Dopo qualche settimana mi giunse uno spettacolare bouquet di rose screziate, accompagnate da un bigliettino: Grazie, Isabel  per aver quel giorno scongiurato la terza guerra mondiale.
Rose screziate, le mie preferite: un semplice caso, oppure, molto più probabilmente, s'era edotto sui miei gusti floreali?
Mi era già accaduto altre volte di ricevere ringraziamenti postumi per il mio lavoro, per cui questo rientrava nella norma, così come che i clienti soddisfatti consigliassero la mia agenzia a parenti ed amici in procinto di sposarsi, così quando lui mi contattò per prendere appuntamento per un suo amico intenzionato al grande passo, io non ci trovai nulla di strano.
Ma strano trovai che ad accompagnare il suo amico, invece della futura sposa, fosse lui.
Ad ogni modo, io e il  mio nuovo cliente, facilmente ci accordammo sulle linee guida della cerimonia, fissando un secondo appuntamento per definire i dettagli, questa volta insieme alla sposa.

Le andrebbe un caffè, Isabel?
Eravamo rimasti soli, che l'altro, dovendo prendere un aereo, s'era già congedato.

- Come sta la sposina? E la gravidanza, procede bene?
- A meraviglia, se non fosse per la sciagura di dover prender chili e della necessità conseguente di ritornare al peso forma, dell'allattamento che rovina il seno e delle odiose smagliature che deturpano la pelle, per cui è già stato provveduto ad una nutrizionista, un personal trainer e una baby sitter.
- E' ancora così giovane, le dia tempo
- E' semplicemente molto viziata e molto infantile. Non crescerà mai.
- Non è una buona previsione questa sua. L'aiuti lei a maturare
- E' sempre così ottimista, Isabel?
- E allora perché l'ha sposata?
- Non ho avuto alternative.
- C'è sempre un'alternativa
- Visto che avevo ragione? Lei è un'ottimista e della specie peggiore, quella degli inguaribili.
...e su questa sua verità incontrovertibile scoppiamo entrambi a ridere.

Iniziò così uno scambio serale di messaggi, piccoli incisi sull'andamento della giornata correlati da brevi riflessioni personali. Niente di intimo, ma quello scambio di pensieri era diventato un piacevole appuntamento, così quando per un paio di sere consecutive non avvenne, constatai, con una qualche,
inquietudine, quanto per me fossero diventati, invece, indispensabili, e quando la terza sera sul mio cellulare si materializzò il suo messaggio, mi sono innamorato di te, risposi, anch'io.

NOI
E fu amore, passionale, travolgente, esclusivo.
Ogni momento libero era finalizzato allo stare insieme, e per questo iniziammo ad inventare pretesti e bugie e alibi, e a costruire una sorta di vita, segreta e parallela, a quella pubblica.
Avevamo comprato una piccola casa in riva a un lago, in un posto sperduto per evitare incontri inopportuni, dove trascorrevamo le giornate senza neppure mai uscire, appagati solo di poter stare insieme, gelosi di quella nostra meravigliosa solitudine, e del racconto intimo che da essa scaturiva.
Ma per essere felice dovevo costringermi ad ignorare la montagna di bugie su cui poggiava la nostra relazione, quel costante dover vivere nell'ombra per poter essere vicini al sole, in quella concertata finzione esistenziale dove pure, in caso di necessità, era contemplata l'abiura.
Niente a che vedere con il limpido, onesto, vittorioso amore dei miei genitori, felicemente esplicitato alla luce del sole ad onta di ogni meschinità intellettuale e societaria.
Loro non avevano mai avuto bisogno di ritrovarsi per ricostruirsi in una vita parallela, perché mai si erano persi né allontanati da quella loro reale, che di certo non contemplava, neppure in caso estremo, il ripudio.

Eppure le poche, isolate persone, con le quali ci capitò di rapportarci nel nostro status di coppia clandestina, ci percepivano perfetti e indivisibili, che la nostra somiglianza fisica contribuiva a supportare l'idea di una più intima somiglianza spirituale.
E lo era, oh si, lo era, senza ombra di dubbio, all'inizio così è stato: presagire desideri, necessità, aspettative, accadeva sovente a livello telepatico, tanto eravamo in sintonia, così profondamente compenetrati che niente di mio era ignoto a lui, e viceversa.
Presagivo la sua chiamata l'attimo precedente lo squillo del telefono, anticipavo la disdetta di un nostro appuntamento ancor prima che me lo comunicasse, così come preconizzavo la gioia di un suo arrivo non annunciato.

Ero talmente piena della certezza di quell'amore che non ho mai provato gelosia nei confronti di sua moglie, che mai a tal riguardo gli ho fatto una scenata, né tenuto il broncio, seppur come talvolta capitava accadesse di non poterci vedere per un motivo a lei contingente.
Lei, era la sua vita di facciata.
Io, quella vera.
Per cui, su quella sua vita di facciata, non facevo domande né pressioni: mi bastava averlo nel modo in cui lo avevo. Nel modo appassionato in cui mi desiderava. E la certezza che solo con me così  potesse essere.

Follemente innamorata, respingevo la tentazione delle lacrime e quella dei rimproveri, che pure m'assalivano nei momenti di solitudine, immaginando che per lui, sposato e presto padre, fosse molto più difficile che per me gestire quella nostra storia clandestina, e ancor di più lo sarebbe stato se l'avessi condita con le mie lagnanze.
In realtà avevo paura di perderlo, e questa la vera ragione del mio silenzio supino, di tutti i miei "non ti preoccupare" anestetico alle sue ansie, ma non alle mie.

VERSO L'AUTODISTRUZIONE
Un uomo che ti costringe a vivere nell'ombra non è davvero innamorato, almeno non così tanto da desiderare di riscattare, per te, il sole.
Mi diceva mio padre, carezzandomi i capelli e asciugandomi con la mano quelle mie lacrime che non sgorgavano, ma che lui vedeva.

Pragmatico, invece, l'avvertimento di mia madre: non si va lontani, Isabel, se le ruote non convergono nella stessa direzione, prima o poi sarai costretta ad una sosta forzata e consapevolmente dovrai decidere se equilibrare i pneumatici e proseguire il viaggio, oppure accettare la piazzola d'emergenza, in cui ti sei fermata, come il tuo approdo finale.

Più si avvicinava il tempo del parto più diradavano i nostri incontri: inevitabile che così fosse, e il fitto scambio di messaggi serali non colmava il vuoto fisico e il senso di distanza.
Quel vuoto dove io sempre più rimpicciolivo e ingigantiva, solida e consistente, quella che fino ad allora avevo considerato la sua vita di facciata.
Così, per la prima volta dall'inizio della nostra relazione, presi ad immaginare, animandoli, quegli intimi scenari di vita famigliare che fino a quel momento m'ero costretta ad ignorare.
Fu per me devastante.
Iniziai, allora, un silenzioso pedinamento, di cui profondamente mi vergognavo come di un gesto meschino, che insozzava me prima ancora che lui.
Mi ero convinta di dovermi sporcare fin dentro l'anima se volevo uscirne purificata, attraverso l'acquisizione della realtà, da cui avrei tratto quelle motivazioni e quella forza indispensabili alla mia consapevole accettazione della sua altra vita.
Un tentativo, questo mio, per arginare quel rancore che, nelle sue sempre più frequenti defezioni, sentivo montarmi dentro come un fiume in piena che mi avrebbe travolto.
Ci avrebbe travolti.

Ma non ci riuscii, e mi lasciai sopraffare dall'emotività.
Presi a rinfacciargli, con voce stridula e meschine insinuazioni, la sua risposta tardiva ad un mio messaggio o ad una mia telefonata; un suo "Isabel, non mi è davvero possibile oggi, raggiungerti" innescava, da parte mia, estenuanti interrogatori a cui all'inizio con pazienza cercava di controbattere ma che poi, raggiunto l'estremo grado di sopportazione, si limitava a chiudere la comunicazione.
I miei approcci divennero allora minacciosi, feroci, ingiuriosi.
Così non rispondeva più alle mie chiamate al cellulare né al fisso, e allora ripresi più intensamente i miei pedinamenti.
Durante uno di questi mi vide e capì ciò che stavo facendo: mai dimenticherò lo stupore, e poi il disprezzo, nel suo sguardo.
Mi vidi con i suoi occhi, sciatta e disperata, appiattita contro il riparo di un muro, mentre avida lo spiavo per alimentare il mio bisogno quotidiano di rancore: un pane che non sazia ma affama.

Fino a quel momento non m'era importato più nulla, né di me stessa, ridotta ormai ad un'ombra ostile, né del mio lavoro, di cui avevo decretato il fallimento, né dei miei genitori, che inutilmente avevano tentato di arginare, con la ragionevolezza, questa mia follia autodistruttiva.
Fino a quel momento non m'era importato più di niente e di nessuno,  prima di quel suo sguardo, stupito e sprezzante, che aveva misurato, per me, la profondità dell'abisso in cui ero precipitata.

VERSO LA GUARIGIONE
Con le ultime forze residue raccolsi ciò che rimaneva di me, accingendomi ad intraprendere un percorso di guarigione tramite la terapia psichiatrica, che mi ha incentivata, attraverso la scrittura terapeutica, a recuperare il senso di me stessa riconvertendo in parole le mie emozioni, per non farmi inghiottire dal loro peso, e ritrovare, tramite il pensiero scritto, quella chiarezza che avevo smarrito.
Pensieri che hanno trovato eco in tanti altri cuori e rispecchiato altre storie come la mia, che ciò che a noi pare esclusivo poi si rivela storia comune.
Le storie scritte diventano memoria collettiva e condivisa, indelebile.
Chi ha vissuto un'intensa storia d'amore non vuole davvero cancellarla, non del tutto almeno.
Si è indotti, quasi sempre su sollecitazioni esterne, a credere di voler dimenticare, ma questo solo per proteggersi dal giudizio del mondo che facilmente rigetta le pur sincere, appassionate motivazioni, alla base di quelle storie d'amore  ritenute sbagliate.
Ma esistono, poi, amori sbagliati?
Non esistono, era  quello che mi andavano svelando i racconti nelle mail che ricevevo in grande numero, tante storie diverse eppure così simili, che ho iniziato a raccontarle per loro, ovviamente col consenso dei protagonisti.
E poi tutte quelle loro storie hanno destato l'interesse di un editore e sono diventate un libro di grande successo, un vademecum, una carta planetaria piena di punti di partenze e nessun punto d'arrivo.

ISABEL, SCRITTRICE PER AMORE
Se nella mia altra vita, con la mia professione di wedding planner, ho contribuito a materializzare il coronamento di tanti sogni d'amore, ora, in questa nuova, mi cimento con le morti e le rinascite, gli inferni e i paradisi, e gli inevitabili purgatori.
E tutto diventa racconto.
 Quel racconto salvifico che aiuta a far luce nel nostro buio interiore.

Ho iniziato a raccontarmi in una lucida autobiografia, correlata ad ogni capitolo da una poesia.
Poesie dedicate a lui, perché non sono ancora guarita da quell'amore, e forse non lo sarò mai del tutto, ma sono però riuscita ad epurarlo dai veleni del rancore e da quelli dell'ossessione, riconducendolo sul piano della ragionevolezza, per merito della fredda, salvifica analisi, a cui io, lo confesso, all'inizio del mio percorso ho opposto strenua resistenza, come chi malato da lungo tempo ha terrore della guarigione perché ormai avvezzo a vivere in simbiosi coi sintomi della malattia da cui ha scaturito una sorta di sicurezza, di prevedibilità. Una routine senza la quale si sentirebbe perso.
Estirpando il male avrei anche estirpato la causa che lo aveva generato, ed era a questo che io mi opponevo.Tutta la mia disperazione, ma anche tutto il mio amore, sarebbero stati svuotati del loro solenne senso, ridimensionati nel loro valore, ridotti a semplice parentesi esistenziale: un'abiura.
Ma si può guarire senza doversi rinnegare, nella consapevolezza di se stessi, ritrovando le proprie certezze interiori, quell'orgoglio che ci rende liberi dal giudizio morale del mondo, sia esso di condanna o di assoluzione.
Perché la guarigione non è mai un miracolo, ma una conquista.

Ti amo, ma la cosa non ti riguarda.
Sarà questo il titolo della mia prossima raccolta di poesie, ovviamente dedicata a lui.
L'ultima.
...forse.

venerdì 17 novembre 2017

Isabel, scrittrice per amore (cap 1)




Capita che l'amore faccia male, ma senza quel dolore, per alcuni, la vita non ha senso.
...e per continuare a sentire quel dolore, senza cui non avrei potuto vivere, ho iniziato a scrivere.
(Isabel, scrittrice per amore)

LA PERFEZIONE DI UN'AMORE
Mio padre costruiva aquiloni, mia madre, invece, imbullonava auto, sono cresciuta, così, con la certezza che al mondo tutto fosse possibile per amore, rivoluzionare, modificare, reimpostare, visto che per i miei era stato possibile farlo attraverso questo stravolgimento dei ruoli, che lungi dall'esser metafora era vita reale.
Quando tornavo da scuola c'era mio padre intento ai fornelli a prepararmi il pranzo, che il suo lavoro di costruttore di aquiloni lo svolgeva nella mansarda di casa, per essere più vicino al vento, come amava puntualizzare.
Non saremmo di certo sopravvissuti con la sua effimera arte, a cui sopperiva, invece, mia madre, con il suo lauto stipendio di meccanico specializzato.
Questa situazione, ritenuta anomala perché antitetica agli standard societari, mio padre faceva un non-lavoro e mia madre, invece, un mestiere da uomo, era stata lungamente osteggiata dalle reciproche famiglie, ma poi mia madre era rimasta incinta e sono nata io, evento che forse ha contribuito a ristabilire una seppur illusoria correttezza dei ruoli, anche se durata solo il breve periodo della gravidanza, perché lei poco dopo il parto è tornata a lavorare, affidandomi, per la maggior parte del tempo, alle cure di mio padre.
Lui trascorreva ore a saggiare la velocità del vento per collaudare i suoi meravigliosi aquiloni, e lei, invece, stesa sotto la pancia di un'auto per accertarsi della sua tenuta su strada.
Ad ognuno la propria realizzazione nella certezza della reciproca condivisione: è questo l'amore.

Mio padre e mia madre, così diversi e al primo sguardo incompatibili, insieme erano perfetti, ma non così io e lui, seppure addirittura ci somigliassimo perfino fisicamente, tanto da esser scambiati per parenti, fratelli o cugini, e dare l'idea di possedere non solo lo stesso dna ma anche lo stesso cuore.
E così è stato all'inizio della nostra storia.

Per esigenze di privacy continuerò a chiamarlo "lui" omettendo il suo nome, per rispetto e pudore di quel sentimento che ancora testardamente nutro, e scongiurare una sua, seppur remota identificazione, affinché nessuno possa fargli addebito della mia infelicità.
Sarà questo il mio ultimo atto d'amore.

UNA STORIA SBAGLIATA
Ho respirato amore fin dal primo giorno della mia vita, ed è stato quasi naturale, da adulta, che io diventassi una "wedding planner" pianificatrice di matrimoni, professione che paradossalmente  mi ha catapultata nel mondo del reale, strappandomi all'atmosfera idilliaca nella quale ero cresciuta maturando la distorta convinzione dell'infallibilità dell'amore, e consegnandomi ad una più equilibrata consapevolezza della sua, invece, fragilità, avvallata poi dall'esperienza professionale, che però non è servita a preservarmi dall'infelicità.
Personalmente credo che non sia il sacramento del matrimonio a sancire l'amore, io ho sempre pensato, per quel che mi riguarda, che pur incontrando l'uomo della mia vita non mi sarei mai sposata, o se l'avessi fatto avrei optato per una cerimonia scarna e molto intima, perché conosco troppo bene i retroscena e gli inganni di questa messa in scena per volerla adattare a me stessa, anche se questo non mi depotenzia nel mio entusiasmo professionale, che mi è valso notorietà e clientela.
In quest'ambito ho incontrato tante coppie e conosciuto le loro storie, di alcuni mi sono giunti anche i finali, e non tutti degni dei fasti dell'altare, che l'amore per alcuni è finzione, per altri illusione e per molti un inganno.
Ed è sempre in quest'ambito, e in base a statistiche neppure troppo azzardate, che ho incontrato lui, proprio ad un matrimonio: il suo.
Una storia sbagliata, che mai sarebbe dovuta iniziare, ma quando ci si trova intimamente coinvolti non sempre si riesce lucidamente a riflettere, anche se dio sa quanto ho tentato di farlo.
Matrimonio anticipato e di gran fretta, che la sposa, già al secondo mese di gravidanza, scalpitava, che se fosse aumentata anche di una sola taglia non avrebbe potuto indossare l'abito dei suoi sogni.
Una sposa molto giovane, molto bella, molto ricca, molto prepotente, di quelle abituate ad avere il mondo ai piedi, a non sentirsi mai dire no, ma alla fine destinate a non avere più alcun desiderio d'avverare, nessun progetto da realizzare. Nessun sogno su cui fantasticare.
Sembrerà strano, ma per lei, viziatissima ragazza, ho provato tenerezza e tristezza, l'ho vista come una reclusa a cui, però, venendo concesso tutto, la si priva della volontà di voler evadere.
Ed eccola, allora, futilmente dispiegare tutte le sue energie al solo fine di poter indossare un principesco abito bianco che non l'avrebbe resa di certo più bella, perché su di lei anche la più semplice delle sottane sarebbe stata incantevole.
Un abito che non avrebbe mai più indossato, dimenticato nel fondo di un armadio, sommerso da  una miriade di altri abiti principeschi.
Erano la sposa e la madre, una donna dallo sguardo mansueto sotto la fronte spianata dal lifting,  ad occuparsi, con me, dell'organizzazione della cerimonia e anche del viaggio di nozze, che tutto doveva essere pianificato nei minimi dettagli, così da scongiurare  imprevisti ed avventure, insomma quelle cose che, a parer mio, amplificate nella narrazione con effetti speciali, sarebbero state invece ricordate negli anni futuri con un sorriso, dolce o amaro, e avrebbero notevolmente arricchito di un'eredità aggiuntiva, figli e nipoti.
A saldare i conti, invece, erano incaricati il padre della sposa, un anziano uomo grintoso, e il futuro marito, un giovane dai modi cordiali: lui.

CONTATTI TELEFONICI

Isabel, non è che il suo albero genealogico vanta parenti texani?
Una faccina sorridente a siglare questo suo messaggino.

Anche lui aveva rilevato la nostra somiglianza fisica: stessi occhi verdi dal taglio allungato, sopracciglia ben distanziate, fronte e zigomi alti, capelli bruni e ribelli, ad incorniciare il viso dai tratti regolari e dalla carnagione chiara.

Le mie origini sono inglesi, Londra, per la precisione. E i miei genitori sono gli unici immigrati della famiglia. Escludo qualsiasi parentela texana.
La mia risposta corredata di smile.

Ho un fratello maggiore, ma ho sempre desiderato una sorella. Isabel, posso adottarla come tale?
A seguire un'intera fila di smile.

Ha la fortuna di avere un fratello, se lo tenga stretto, glielo suggerisce una figlia unica.
A chiudere la conversazione un ok e uno smile.

CONTATTI MECCANICI
E forse non ci sarebbe stato seguito se non che il giorno stesso delle nozze, l'auto nuziale, una "Limousine Extra Lusso President", non si riusciva a mettere in moto, e questo aveva scatenato l'isteria della sposa poiché il meccanico di famiglia risultava irraggiungibile al cellulare, e allora sono stata interpellata d'urgenza per trovare un rimedio.
La soluzione l'avevo pronta, in casa, e seppure con qualche fatica avevo convinto mia madre, ormai in pensione, ad accompagnarmi in veste di meccanico.
Ovviamente la sua apparizione, in tuta da lavoro e cassetta degli attrezzi, aveva destato scetticismo ed imbarazzo, che pur è vero che qualunque sia il secolo in corso riaffiorano sempre gli stessi pregiudizi, ma che lei, la mia incredibile madre, chinata sul motore come un chirurgo sul torace di un cardiopatico, concentrata ad auscultare battiti e vibrazioni per individuare il contatto fallace che generava l'aritmia, aveva spazzato via con un'alzata di sopracciglio, quando il motore, senza neppure un tentennamento, aveva ruggito tutta la sua potenza.
Alla fine, per lei, applausi e strette di mano, per quel duplice miracolo: la messa in moto dell'auto e neutralizzato la collera della sposa.