Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 25 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 2)

...l'attimo successivo, bussavo trafelata alla porta di quell'appartamento.
Ho picchiato fino a sbucciarmi le nocche delle dita, ma nessuno mi ha aperto.
In compenso, però, si sono spalancate le porte degli altri condomini, qualcuno in pigiama tirato giù dal letto, una donna con un neonato attaccato al seno, un tizio seminudo, a malapena coperto da un' asciugamano, scaraventatosi fuori dalla doccia.
Ne è conseguito un gran bailamme, che tutti volevano sapere cosa stesse succedendo e perché m'accanissi con tanto furore contro la porta di quell'appartamento vuoto.

- Non è affatto vuoto, c'è una donna che ha bisogno d'aiuto. L'ho vista dalla mia finestra -  M'affannavo a spiegare
- Non c'è nessuno in quella casa, e se lo dico io potete starne certa, l'affittuario, il Maestro, mi ha riconsegnato le chiavi qualche settimana fa - Tagliò corto il portiere, che nel frattempo era sopraggiunto
- Ma io l'ho vista, vi dico. Così come qualche giorno fa vidi un uomo. E aveva un coltello - Ribattei testarda
- La verifica è facile, basta prender le chiavi ed entrare - Suggerì, pragmatico, l'uomo seminudo

Già già, verissimo, si può controllare, siate gentile andate a prendere le chiavi così la ragazza si tranquillizza e smette di fare baccano, e noi riprendiamo le nostre faccende.
Spronato dalla piccola folla, il portiere si risolse ad andare a prendere le chiavi in guardiola.

Com'era questa donna?
Cosa faceva?
Perché dici che era in pericolo?

Raccontai quello che avevo visto, in realtà poco e molto confuso, ma che generò svariate congetture.
La signora della porta accanto si ricordò di aver visto una donna uscire da quell'appartamento, e di aver suscitato la sua curiosità perché il Maestro, che godeva fama di misantropo, non riceveva mai visite.
...una donna bellissima, capelli bruni e occhi viola, proprio come quelli dell'attrice, la Elisabeth Taylor. Bella come lei...ma anche più bella.

Forse era la favolosa bruna che altri inquilini avevano notato e di cui s'era ironizzato poter essere una ex moglie, appartenente alla categoria delle sanguisughe.
Nel frattempo era ritornato il portiere con le chiavi e il chiacchiericcio, di botto, aveva lasciato il posto a un silenzio di tomba, quando, con qualche circospezione, aveva varcato la soglia e acceso la luce.
...una breve ispezione in tutte le stanze e poi il responso finale, scandito con enfasi vittoriosa: l'appartamento è vuoto!

Allora siamo entrati in massa a verificare, più per la curiosità di profanare un luogo proibito che per mettere in discussione la parola del portiere.
L'appartamento non solo era vuoto ma non c'era nemmeno il pianoforte né il monumentale lampadario, e le finestre erano sigillate dagli scuri sbarrati.

- Bene, signori, ora che abbiamo verificato che l'appartamento è vuoto, come io avevo detto, possiamo tornarcene a casa -
Andava suggerendo, beffardo e impaziente, il portiere
...ma io sentivo che tutti erano rimasti delusi e che avevano sperato fino all'ultimo in quel colpo di scena che avrebbe movimentato, sia pur per un breve momento, la banalità delle loro vite, ponendoli sotto gli occhi dei riflettori, spettatori e testimoni di un dramma che aveva tutti gli ingredienti di espandersi in leggenda, mentre ora si rifacevano, con battute ironicamente pungenti, su quella mia ingiustificata apprensione che li aveva tutti coinvolti a vuoto, e seppur le mie scuse fossero state benevolmente accolte, non mi vennero risparmiati commenti del tipo: certi cibi è meglio evitarli la sera, sono indigesti; un'insonnia troppo prolungata genera questo tipo di visioni; le droghe sono la rovina del mondo; colpa dello stress e dei ritmi della vita moderna
...e via di questo passo.

Ma io, Elisabeth, l'avevo vista!

venerdì 23 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 1)

Non importa l'anno, la stagione e la città in cui si svolge questa storia, che alla fine sono solo dettagli che nulla aggiungerebbero alla trama, così come non hanno importanza neppure i nomi dei protagonisti, (da me ribattezzati con nomi di fantasia) se non fosse per via dell'esigenza immediata del riconoscimento, che non potevo certo scrivere lei lui l'altro, in un modo approssimativo, che avrebbe ingenerato confusione.
Così ho scelto i nomi in base alle peculiarità personali, quelle che a me parevano identificative del carattere e  della propensione.

...quella sera ero a caccia di stelle, impresa possibile solo ad una sognatrice, visto che il mio affaccio confluisce nella finestra della casa di fronte, e il passaggio che alla vista si dispiega non è quello misterioso della via lattea, ma di una tappezzeria presuntuosa, un lampadario monumentale, e un pianoforte con sgabello.
Stanza che, fino a quella sera, avevo immaginato disabitata, con le tende spalancate ma mai nessuno all'interno, e invece, con mio grande stupore, nell'interno buio s'è profilata la silhouette di un uomo seduto al pianoforte, le mani in grembo e la testa (una testa possente dai capelli bianchissimi) reclinata sul petto, come stesse dormendo o congetturando.
Dopo un lungo tempo l'uomo si è scosso, ha sfiorato con le mani i tasti, si è alzato ed è uscito dalla stanza.

 Cercavo le stelle ed ho trovato un pianeta.
Un mondo abitato laddove immaginavo un deserto.
Questo ho pensato quando la stanza è tornata di nuovo vuota.
Paziente, ho atteso ancora alla finestra un nuovo ingresso dell'uomo, ma non è accaduto.
Così le sere successive.
E già perdevo interesse alla storia, quando di nuovo si è replicata la stessa coreografia, ma più nitida, cosicché ho capito che l'uomo seduto con la testa reclinata sul petto, non stava affatto dormendo né congetturando, ma fissava un coltello che gli giaceva in grembo. Poi si è alzato, ha  sfiorato i tasti con una carezza sporca di sangue, ed è scomparso oltre la soglia buia.

Mi sono affannata a raccimolar notizie al riguardo del mio misterioso dirimpettaio, ma a quanto pare nessuno lo conosceva e pochi lo avevano visto. Il Maestro (così, con ironia e diffidenza, l'avevano appellato per via del nome difficile e straniero. ) in quell'appartamento non ci abitava in pianta stabile, poiché spesso era in tournée. Nessuna confidenza, non rispondeva neppure ai saluti, forse era sordo o solo arrogante, con la spocchia dei ricchi seppur ricco non doveva essere se abitava in una di  queste nostre topaie, Forse portato sul lastrico da un divorzio sfavorevole, una ex moglie che lo aveva dissanguato, magari la bruna favolosa, una donna di gran classe, che una volta era giunta fin qui a cercarlo.

Di Ludwig, (così chiamerò d'ora in poi il Maestro, per le vere, o presunte, attinenze con Beethoven) quindi, poco o nulla si conosceva, ed io non avevo di certo le credenziali per irrompere nella sua vita ad indagare. Così mi sarei dovuta accontentare dei fotogrammi proiettati all'interno di quella stanza.
Pazientemente mi sarei predisposta all'attesa della visione privata del prossimo spezzone di pellicola.

...e non ho dovuto aspettar molto che gli intervalli, tra un tempo e l'altro, erano diventati sempre più brevi, come se il regista, accortosi di me, unica ma attenta spettatrice, accelerasse i tempi del racconto affinché non mi distraessi e perdessi interesse alla trama. ed ecco, con un colpo di scena, nella stanza buia ha materializzato l'ombra sottile di una donna, della quale nitidamente intravedevo la schiena nuda, le braccia, le spalle, il collo, e una porzione di viso, che l'altro lato era nascosto dalla cascata scura dei capelli. La donna, che immaginavo bellissima ed elegante, camminava spedita verso il pianoforte ma poi è incespicata. Ha perso l'equilibrio ed è caduta. Si è rialzata, infine, con le mani premute sulla bocca a reprimere un grido

mercoledì 21 giugno 2017

Certi ricordi

Certi ricordi fanno male come ferite, mai rimarginate, che urlano nella nostra carne appena il sole s'adombra a cambia il tempo.

(Amaranta - link fb)

Le regole del gioco

...e così sono partiti, Amaranta ed Iggy, lasciando uno spazio incredibilmente vuoto nell'antro, oppresso dal caldo e dal silenzio.
 Kilroy, reduce dalla consueta escursione notturna, mi mostra sorridendo il palmo della mano, sopra ci ha dipinto un fiore: ogni petalo un colore diverso. 
Un pensiero gentile.
Ogni volta che sono triste mi regala un fiore, ma questo dipinto sulla sua pelle è davvero speciale.
Mi sta offrendo se stesso e tutto il suo amore.
Lo bacio sulla fronte e lui contraccambia con quel suo sorriso largo che va da un'orecchio all'altro, prima di eclissarsi in un angolo della soffitta e finalmente addormentarsi, appeso a testa in giù, ad una trave.
Robinson, il topolino naufrago, invece si è da poco svegliato, e manifesta con discrezione la sua presenza, dietro il buco intagliato nella tappezzeria, da cui cui intravedo solo un occhio rotondo, intento a verificare, da quella sua visuale ristretta, le presenze, umane ed animali, all'interno della stanza. Lo rassicuro sull'assenza di Cagliostro e lo alletto, per farlo uscire dal suo buchetto, con la  promessa di un biscotto al cioccolato, perché Robinson adora i dolci.
E così, dopo ancora qualche tentennamento, rotola fuori dal suo nascondiglio per sgranocchiare quella promessa che, nel frattempo, si è materializzata nelle mie mani.
Ed ecco, col primo raggio di sole, materializzarsi Lizard/Monnalisa, la lucertolina bionda, esitante sulla soglia, paventando un incontro/scontro con Cagliostro, ma la vista di Robinson intento a sgranocchiare in tranquillità un angolo di biscotto, la tranquillizza inducendola ad entrare.
Mi sguscia sinuosa tra i piedi, leggermente sfiorandomi con la punta della coda: è il suo modo di farmi una carezza, e che sempre mi propaga una nota di dolcezza infinita.
Non ho nulla da offrirle, stamani, ma a lei non importa, le basta il raggio obliquo di sole sulla sua mattonella e la quieta tranquillità delle nostre presenze.
Anche BLOG, in ultimo fa la sua comparsa, col saluto muto del suo sorriso, mi scruta dietro quei suoi occhialoni neri, sorpreso dell'assenza di Cagliostro.
BLOG, sulla soglia dei dieci anni, non ha subito cambiamenti di rilievo, se non una piccola perdita di peso che non lo ha però stravolto nella fisionomia.
Sono consapevole che un giorno, non troppo lontano, ci separeremo, io andrò verso il buio e lui, invece, verso la luce, così come è nelle regole del gioco.

Io gli ho dato la vita e quell'intraprendenza che lui con amore, e determinazione, ora reclama, e che esula da me, che pur l'avrei tenuto per sempre attaccato alle mie vesti, per proteggerlo e amarlo e nutrirlo: essere il suo ombrello e la sua minestra, essere il bacio del buongiorno e quello della buonanotte, essere la sua madre factotum. Essere/esserci, per baciare ogni sua ferita, lenire ogni suo dolore, espandere ogni sua gioia. Ma arriverà il tempo dell'addio e io saprò mascherare le mie lacrime dietro un sorriso entusiasta, augurandogli buon viaggio e buona vita e imprese mirabolanti, oppure, se gli aggrada, un angolino appartato e silenzioso, se questo sarà il suo desiderio.

...perché arriva sempre quel momento che i figli bisogna lasciarli andare e non provare dispiacere se non si volteranno troppe volte indietro per quell'ultimo, definitivo sguardo, mentre noi di nascosto ci asciugheremo le lacrime pur continuando a sorridere e agitar le mani in segno di festoso saluto.
Vai cuore mio, amore mio sempre bambino, che quando deciderai di voler tornare mi troverai ad attenderti con apparecchiata la tavola e il tuo piatto preferito tenuto in caldo.
...e questo mio cuore innamorato che mai smetterà di battere per te.

lunedì 19 giugno 2017

Necessità



"Vado in cucina  a prepararmi un altro caffè."
Lo dico al mio pubblico immaginario (ho sempre avuto un pubblico immaginario fin dai tempi delle scuole elementari, quando ripetevo a voce alta le lezioni. Lo stesso pubblico al quale ora propino i miei racconti)

Mi rendo conto, però, che stamani i miei spettatori  non sono troppo convinti della mia perfomance, perplessi, non sanno risolversi ad applaudire e restano in silenzio: ce n'è uno nell' ultima fila che tossisce imbarazzato, qualcuno si agita sulla sedia, qualcun'altro esce di sala.

"Vado in cucina a prepararmi un altro caffè."
Ripeto la battuta con più convinzione.
 E, finalmente, arrivano gli applausi.

(Amaranta - link fb)


La consapevolezza dell'amare

Ho avuto la fortuna d'innamorarmi due volte, a venti e a quarant'anni, uomini diversi per carattere e per stile, ma entrambi dotati di una memoria prodigiosa e una spiccata propensione per le scienze matematiche e dell'orientamento, capacità di cui io assolutamente sono sprovvista.

Entrambe le volte, a venti come a quarant'anni, mi sono innamorata con lo stesso slancio e lo stesso ardore, ma con la consapevolezza maturata, nell'età adulta, che nulla davvero è quasi mai come appare, perché la visione origina sempre da un'ottica molto intima e molto personale; che tutto ciò che è umano è soggetto a modifica; che l'eternità si riduce a brevi istanti e forse, proprio per questo, la memoria li fissa nella pietra, anche se la pietra stessa soggiace all'usura dei secoli.

domenica 18 giugno 2017

giovedì 15 giugno 2017

Sull'orlo di un precipizio


Talvolta dobbiamo riposarci da noi stessi, guardando in profondità dentro di noi, da una distanza artistica
(Friedrich Nietzsche)

..ed io, questo, non riesco più a farlo.
Posso, però, ignorarmi, che non è prendere un riposo da me stessa, ma piuttosto un volermi dimenticare, fomentando l'aspirazione a voler essere qualcosa come un oggetto, senza anima né ragione, senza cognizione del tempo, eterno nella propria deteriorabilità e di cui non ha coscienza, relegandolo così nell'unico tempo del presente.

Io, invece, penso spesso alla morte, con angoscia, in termini crudi e con visioni esasperate.
L'idea di un futuro assolutamente immobile e pervaso dal buio, mi annichilisce.
Cammino per strada e penso che un domani prossimo la stessa strada, i passanti, i palazzi, la segnaletica, il piccolo fiore che fa capolino dall'umido di un tombino, la fontanella che spurga acqua residua, il semaforo che lampeggia isterico, e l'auto che inchioda, in estremis, sulle strisce pedonali per lasciarmi passare, la mia voce aggressiva nei confronti dell'automobilista...tutto questo non esisterà più.
...cancellato, inghiottito dal buio.
La stessa strada continuerà ad esistere per tutti gli altri passanti, ma per me non sarà neppure più ricordo.

Ma non esisterà neppure più il dolore, l'angoscia, la solitudine, il male fatto e quello ricevuto, gli orrori del mondo: tutto sarà come fosse mai esistito.
...ma allora a cosa sarà servito tutto questo affanno che chiamiamo vita?

Le mie notti insonni e la fatica di dovermi rigenerare ogni mattina per trovare la forza, e le ragioni, per percorrere quella strada, sempre la stessa, solo negli anni leggermente variata nella segnaletica, ma con la fontanella e il tombino e il semaforo sempre al loro posto, come Colonne d'Ercole a stabilire il confine oltre il quale termina il mondo.
...e s'apre la voragine nera che solo quella provvidenziale frenata d'auto me ne ha ha impedito il precipizio.

Quella frenata, quindi, non era per la mia morte scampata ma per la mia vita risparmiata: c'è sempre un modo alternativo per leggere gli eventi.
...ma importa davvero se poi in quel precipizio ci finiremo comunque?

A quale fine questo farneticante sbattersi, urlare, desiderare, piangere, scendere a compromessi, sporcarsi, chiedere perdono o continuare ad immergere la lama sempre nello stesso corpo?

A che serve?
A chi serve?

Queste piccole vite che noi viviamo nella speranza di un momento buono...se solo l'auto non avesse frenato.
Marilena

mercoledì 14 giugno 2017

Teorema

 L'amore vero è eterno. Ed esclusivo.
Non solo questo assunto è arrogante ma assolutamente privo di ogni razionalità, perché implica il diritto di possesso, fisico, mentale ed emozionale, del nostro partner.
Se ci pensiamo non solo è folle ma, ironizzandoci sopra, anche anticostituzionale: una vera coercizione.

(Amaranta - link fb)


lunedì 12 giugno 2017

Ali

Le ali, quando spuntano, fanno davvero male.
Due piccole ferite nette dietro le spalle, i solchi in cui s'inseriranno, fra le scapole, i ventagli alari.
All'inizio ti sembrerà di portare un peso enorme sulle spalle.
Un fardello che ti piega la schiena.
La leggerezza non sempre è come te la immagini.
Ti daranno perfino impaccio muovendosi, talvolta, al ritmo delle tue braccia.
Non sono ali per il volo, ma per l'equilibrio.
E' questa la cosa fondamentale.
Sono ali per aiutarti a non cadere.
A rimanere stabile sulla superficie.

(Amaranta - link fb)